
Focus
Il Nobel per la pace 2026 a Navi Pillay: quando il diritto diventa strumento di uguaglianza

Foto di Wayamo Foundation, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons
Il 9 ottobre il Comitato norvegese ha assegnato il Premio Nobel per la Pace 2026 a Navanethem "Navi" Pillay, giurista sudafricana di 85 anni. La notizia l'ha raggiunta a Norimberga, dove partecipava a un forum sulla giustizia internazionale. Pochi giorni dopo si è fatta fotografare nell'Aula 600 del Palazzo di Giustizia, la stessa in cui nel 1945-46 furono processati i gerarchi nazisti. È un riconoscimento che riguarda da vicino chiunque creda che la lotta alla discriminazione passi anche dalle aule di giustizia.
Un percorso che parte dalla discriminazione vissuta
Navi Pillay nasce nel 1941 nella periferia povera di Durban, in una famiglia di immigrati tamil; il padre fa l'autista di autobus. Cresce dentro il sistema dell'apartheid, che conosce prima come cittadina e poi come professionista. Può studiare legge grazie alla sua comunità, che raccoglie i fondi per pagarle gli studi. Laureata, non trova uno studio disposto ad assumere una donna di origine indiana. Così nel 1967 diventa la prima donna non bianca ad aprire uno studio legale nella provincia del Natal.
Per quasi trent'anni difende attivisti anti-apartheid e detenuti politici, tra cui Nelson Mandela, e porta davanti ai giudici le torture e gli abusi subiti in detenzione. Nel 1988 è la prima sudafricana a conseguire un dottorato in giurisprudenza a Harvard. Negli anni della transizione democratica si impegna perché la nuova Costituzione sudafricana contenga una clausola contro ogni forma di discriminazione, compresa quella di genere. Nel 1995 Mandela la nomina all'Alta Corte: è la prima donna non bianca a sedervi.
Lo stesso anno entra nel Tribunale penale internazionale per il Ruanda, che presiederà dal 1999 al 2003.
Dalla toga di difensore ai tribunali internazionali
Dal 2003 al 2008 è giudice della Corte penale internazionale dell'Aia. Tra il 2008 e il 2014 è Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani, e in quel ruolo non risparmia critiche nemmeno alle grandi potenze. Ancora oggi è giudice ad hoc alla Corte internazionale di giustizia nel caso sul genocidio dei Rohingya in Myanmar.
La sentenza che ha cambiato il diritto
In Ruanda Pillay era l'unica donna nel collegio che giudicava Jean-Paul Akayesu. Durante il processo alcune testimoni accennarono alle violenze sessuali subite, e le sue domande contribuirono a farle emergere. L'accusa fu così estesa anche allo stupro. La sentenza del 1998 fu la prima con cui un tribunale internazionale riconobbe lo stupro come atto di genocidio e come crimine contro l'umanità. I giudici definirono la violenza sessuale come un'invasione fisica del corpo commessa in circostanze coercitive, senza imporre alle vittime di dimostrare il proprio mancato consenso. Affermarono inoltre che lo stupro, come la tortura, è uno strumento di umiliazione e di discriminazione, lesivo della dignità della persona. Quei principi hanno segnato da allora il diritto penale internazionale.
La motivazione
Il Comitato ha motivato il premio con il suo impegno per la pace e il diritto internazionale. Lo ha presentato come un messaggio in un momento in cui le istituzioni internazionali sono sotto pressione. Il segretario generale dell'ONU Guterres ha commentato che la forza della legge deve prevalere sulla legge della forza. Quando le si parla di coraggio, Pillay risponde che il suo lavoro è semplice: «Si interpreta la legge, si esaminano i fatti».
Una lezione per il nostro lavoro
La vicenda di Navi Pillay mostra che la tutela contro la discriminazione si costruisce nel tempo. Si comincia nei singoli casi, difendendo una persona alla volta. Si consolida nella giurisprudenza, che trasforma i principi in diritti esigibili. E si difende nelle istituzioni, che vanno sostenute anche quando sono messe in discussione.
È lo stesso lavoro che, su scala diversa, ci impegna ogni giorno: contribuire a definire un modello sociale e di lavoro virtuoso e rispettoso, e dare a chi subisce una discriminazione gli strumenti per farla riconoscere e ottenere giustizia.
Il Nobel a Navi Pillay ci ricorda che il diritto, quando viene praticato con coraggio e coerenza, è uno dei mezzi più concreti per affermare la pari dignità di ogni persona.

